Una Promessa - Il mio viaggio a Nyagwethe di Teani Raffaello


Presentazione libro UNA PROMESSA - IL MIO VIAGGIO A NYAGWETHE di Raffaello Teani: una testimonianza di chi ha vissuto una vacanza solidale al villaggio.

Il ricavato, interamente devoluto all'associazione, serve per sostenere il progetto 'Quando Mangio Studio Meglio' - Prezzo copertina 12 euro.

Dalla prefazione di Stefano Golfari:

"Quello che leggerete è un racconto che va veloce, di corsa, per sette giorni sette non si ferma mai. Sono pochi sette giorni? Sono tanti. Tanti se li vivi come ce li descrive Raffaello e davvero, questa corsa frenetica fra un impegno e l’altro del gruppetto di amici bergamaschi capitanati da Susanna, costantemente inseguito da uno sciame di ragazzini sorridenti e insieme pressato da problemi urgenti, vitali, veri... basta a svelarti, in controluce, chi era Franco Pini, che cosa ha saputo fare e quanto ha saputo correre, lui. Ti ritrovi dentro la sua Africa, e corri anche tu appena albeggia in cielo un nuovo giorno (come la proverbiale gazzella che fugge il leone) da villaggio a villaggio, da persona a persona, da ospedale a scuola, da acquedotto a energia elettrica, anche, linea telefonica, anche, World Wide 

Web, anche. Sul fronte telecomunicativo c’è da frenare un po’ perché la settimana, nel suo farsi vita vissuta, ora dopo ora svelerà un inghippo non da poco che metterà alla prova le qualifiche professionali del Teani e il senso stesso della mission bergamasca laggiù, dove il piano dei bisogni materiali e quello 

delle qualità umane si nutrono della stessa acqua e degli stessi pesci. Lì, sulle sponde del lago Vittoria dove il grande Franco scoprì, folgorato dalla sfida, il bellissimo e poverissimo villaggio di Nyagwethe. Da solo, caparbio, instancabile, correndo avanti e indietro fra Kenya e Ponteranica, ci dimostrò 

che anche un singolo uomo può cambiare il mondo in meglio, con una forza che può ancora - eccome - caricarsi sulle spalle tutte le nostre paure, debolezze, ipocrisie, scuse... e conferirle alla più vicina discarica. Un gigante, certo. Uno così nasce una volta ogni cent’anni. Altra scusa, no: la questione è sentirsi in cordata, annota Raffaello: il primo, il più forte, apre la via per te 

che vieni dopo. Certo devi arrampicare, fare la tua fatica. Ol Franco non ti ha insegnato a volare, anche se lui è voltato in cielo. E appunto: la questione è quella che bussò alla porta di casa Pini quando, improvvisamente, senza avviso, come sempre ci ricordano i Vangeli, anche il grande Franco dovette mollare la presa, anche se non voleva. I canti di montagna che salutano l’addio a un vero alpino d’Africa quale fu Franco Pini sono il picco emozionale dal quale la narrazione prende avvio. Gli Alpini sono il link: Raffaello e Franco, giovane e anziana penna nera, si guardano negli occhi fra il frastuono di un allegro 

raduno, ad Asti, il 14 maggio 2016. Lui, il grande vecio, sarebbe tornato in Kenya, a Nyagwethe, appena risolto il piccolo problema che lo attendeva in ospedale. La morte inaspettata non cancella quello sguardo, non può: Raffaello sente di avere un impegno da onorare e forse di più: un comando. La famiglia Pini, intanto, dal travaglio del dolore partorisce la volontà, difficile - perché seria - di continuare il lavoro del padre. La scelta non è banale proprio perché Nyagwethe, grazie a Franco Pini, è di molto cresciuto, si è evoluto, è diventato una comunità complessa ricca di servizi: un grande ospedale, scuole di diverso ordine e grado, istituti che formano artigiani, negozi, lavoro, progetti di turismo sostenibile e modelli di innovazione produttiva e sociale che innescano rapporti producenti ma complessi con le istituzioni amministrative kenyote e anche con le istituzioni religiose. Franco Pini era il naturale perno di tutto questo, era il Presidente del villaggio che aveva trasformato con le sue mani: ma seguirne l’esempio significa innanzitutto rendersi conto che, senza di lui, l’aiuto a Nyagwethe va organizzato in altro modo, va distribuito su molte più persone per cercare - se l’unione fa la forza - di ottenere gli stessi effetti in una situazione diversa. Diversa in meglio perché procede verso quell’ideale di autonomia del villaggio che è sempre stato il punto qualificante del sogno di Franco (“Non dare un pesce, dai la canna per pescarlo”), ma comunque preoccupante perché i grandi cambiamenti che interessano l’Africa e il Kenya, in questi anni, muovono la società di quei luoghi fra molti e rischiosi punti interrogativi. E la povertà vera a Nyagwethe è sempre brutta, profonda, diffusissima, e ancora non trova una misura di paragone con la nostra. Ma, proprio nel non avere misura di paragone con la vita agiata o disagiata che noi si vive qui, la povertà di Nyagwethe appare - nel racconto - sorprendentemente ricca. Ricca di ciò che in mezzo al nostro evolutissimo consumismo in crisi ora ci manca più dell’oro: 

umanità, semplicità, solidarietà, allegria, felicità. Una bellezza umana che le fatiche e le insidie dell’indigenza non cancellano, e che nemmeno i tempi nuovi di Nyagwethe hanno distrutto. E, intorno alla bellezza umana, la bellezza sfolgorante di una Natura incredibile che canta la gloria del creato con forme, colori, fantasia e magnificenza divina. Strattonata da queste emozioni, la settimana in corsa di Susanna, Raffaello, Marco, Stefano, Giovanni, Jacopo, Giovanni (Gio), è resa con vividezza dalle pagine che ti parlano come se anche tu fossi lì, a sorprenderti del bambino che ride con il maglione tutto buchi e vuole in dono un libro per imparare l’italiano o a discutere col capo-villaggio di sementi e economia circolare, ad applaudire i piccoli scolari che danzano la storia di Franco mimandone i mille diversi lavori, e a questionare con il parroco locale, che per la verità pare più interessato ai suoi privilegi di ruolo, sul concetto aperto che il cattolicissimo laico Pini aveva della fratellanza religiosa. L’aggiungersi al gruppo di un fotoreporter di grande esperienza internazionale, quale è Giovanni (Gio’) Diffidenti, cui dobbiamo la splendida galleria di immagini che è stata proposta in mostra a Bergamo, porta con sè una sottolineatura nuova: occorre dare testimonianza di ciò che è Nyagwethe, e da quando è mancato Franco bisogna inventarsi modi nuovi, più incisivi, più attraenti. È importante. Almeno per due ordini di motivi: il primo è che per continuare questo meraviglioso progetto di sviluppo, inventato da un uomo solo, ora occorre coinvolgere più e più persone: tutti possono dare una mano, e tanti lo vorranno ma solo se conosceranno il valore e la positività di ciò che sta avvenendo a Nyagwethe. Il secondo motivo è di ordine più politico, ma la politica qui va intesa in senso ampio come campo in cui ci si chiede che fare per migliorare la vita di tutti. Ecco, la risposta che coinvolge l’Africa e gli africani è da anni giunta alla consapevolezza che il meglio per tutti, noi e loro, consista nell’aiutarli a non avere più bisogno di noi. Questo, ripetiamolo, è sempre stato il lungimirante obiettivo di Franco Pini rispetto al concreto pezzettino di terra d’Africa che aveva amorevolmente raccolto nelle sue mani. Questo però è appunto il gesto che ancora manca alle parole altrui: la concretezza, la terra vera, l’amore. Quando senti “Aiutiamoli a casa loro” se a dirlo è la Politica, o la sua semplificazione più triviale, avverti in quella frase una volontà di distanza, di mettere in distanza. Il senso vero delle parole ti si rivela rovesciandole: “Non aiutiamoli a casa nostra”, questo è. Ma allora come si può pretendere che la volontà di aiuto che parte con un “non” arrivi poi laggiù, da “loro”? Infatti non arriva, non va da nessuna parte: l’inganno crolla come un castello di carte e svela il suo niente. Erano solo artifici retorici ad uso e consumo di uno scontro di opinioni tutto italiano, che l’Africa non la sente e non la vede. Nemmeno col binocolo. Al contrario, l’Associazione Franco Pini è la testimonianza verificata e palpabile che “aiutarli a casa loro” si può e funziona. Funziona e fa del bene anche a noi, che impariamo tante cose e guardiamo al mondo come a una casa comune. Tutto è connesso, tutto è conseguente, tutto è fraterno per chi aiuta il mondo a funzionare meglio. E il mondo è uno - pare - uno solo per tutti. Come vedete, nel racconto veloce, brillante, anche scanzonato di una sola settimana a Nyagwethe, che io mi sono divertito a leggere in una domenica invernale mentre fuori fioccava la neve, io ci ho trovato tante e tante cose. Ne troverete tante anche voi, buon viaggio.

Io chiudo con una parola per Susanna Pini, che davvero risalta nelle pagine per forza organizzativa, polso e umanità, insieme. Nei rapidi accenni con cui si tratteggiano situazioni che, dal vero, devono essere state di una complessità incredibile in fatto di confronto personale, si percepisce una capacità di introspezione profonda, attenta. Credo, ne ho la percezione, che la chiave con cui Franco Pini riuscì ad aprire le tante porte che aprì, in Africa e in Italia, per consentire ai suoi fratelli di Nyagwethe di costruirsi un futuro, abbia molto a che fare con questa sensibilità umanissima. E fine. Pini certo non era solo l’infaticabile muratore, infermiere, medico, architetto, ingegnere... che oggi i bimbi del villaggio mimano danzandone la leggenda. “Ol Franco” era un grande, un genio. E tutti gli uomini veramente geniali hanno un animo fine, prezioso, che gli indica la cosa giusta dove gli altri sbagliano. È “l’esprit de finesse” come dicono i francesi. E a pensarci su “al ma e sò la pel de poia”, come dicono a Bergamo."

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